Antonio de Andrade


(Oleiros, Castel Branco, Beira Baixa, Portogallo, 1580 – Goa, India, 19.3.1634).

 

António de Andrade, nato a Oleiros, distretto Castelo Branco, provincia Beira Baixa, Portogallo, nel 1580, entrò nella Compagnia di Gesù a Coimbra, il 16 dicembre 1596, e partì per l’India nel 1600. A Goa studiò filosofia e teologia e, intorno al 1608, fu ordinato sacerdote; svolse le funzioni di rettore nei collegi di Rachol e di San Paolo a Goa. Dal 1612 fu ad Agra come Superiore nelle missioni dell’Impero moghul.

Le notizie riportate dai mercanti, che attestavano l’esistenza di cristiani al di là dell’Himalaya, lo spinsero a dirigersi verso quei paesi sconosciuti. Partì da Agra il 30 marzo 1624, con il fratello coadiutore, Manoel Marques,[1] e con due servi convertiti al cristianesimo, unendosi a una carovana di pellegrini indù diretti verso le sorgenti del sacro Gange, alla pagoda di Badrinath. Passando per Srinagar, capitale del Garhwal,[2] dopo aver superato a circa 5.500 metri di altitudine il passo Mana (Mana-la o Dungri-la), de Andrade giunse a Tsaparang, capitale dell’allora regno di Guge, nel Tibet occidentale, all’inizio di agosto del 1624. Con questa grande impresa, prima traversata della catena himalayana da parte di un europeo, il missionario portoghese è anche il prima certo visitatore del Tibet proveniente dall’Occidente.

A Tsaparang  fu ben accolto dal re e ripartì dopo venticinque giorni, promettendo di tornare. Rientrato ad Agra agli inizi di novembre del 1624, Andrade descrisse il viaggio con toni epici in una lettera (datata Agra 8 novembre 1624) che divenne un fortunato libretto dal titolo Nuova scoperta del Gran Catai o dei Regni del Tibet, tradotto dal portoghese in varie lingue.[3]

Il secondo viaggio, in compagnia del padre Gonzales de Souza [4] e di due servi, iniziato da Agra il 17 giugno 1625, condusse de Andrade a Tsaparang, dopo dieci settimane, nell’agosto successivo. Già nel settembre de Souza ripartì, mentre Andrade, che nel frattempo aveva fondato una missione e iniziato la costruzione di una chiesa, fu raggiunto nell’aprile 1626 dai padri João de Oliveira[5], Francisco Godinho[6] (ripartito l’anno successivo) e Alano dos Anjos,[7] accompagnati da Manoel Marques, il quale rientrò subito in India.

Nel periodo dell’arrivo dei missionari a Tsaparang, erano in corso lotte di potere che opponevano il re al fratello (lama principale di Guge) ed altri congiunti appartenenti all’ordine monastico, così de Andrade riuscì ad impiantare la missione, con il favore del sovrano, desideroso di contrastare le ingerenze delle autorità religiose nella sua conduzione del regno. Partito Godinho,  nel 1627 tornò ancora Manoel Marques in compagnia del padre António Pereira,[8] e nel 1629 arrivò António da Fonseca.[9]

Andrade scrisse altre due relazioni, nel 1626[10] e nel 1627,[11] dove si trovano le prime descrizioni del Tibet e della sua religione, seppur colta nei suoi aspetti più esteriori e superficiali. A fine 1629 fu richiamato a Goa per assumervi la carica superiore di quella grande provincia che comprendeva buona parte dell’India, la Persia e le coste orientali dell’Africa, dove operavano circa trecento missionari. Retto quell’incarico dal 1630 al 1633, quando fu rimpiazzato da padre Álvaro Tavares (1575-1637), e assunse l’incarico di rettore del Collegio di San Paolo in Goa.  Pur preso dai molti impegni, non dimenticò la missione del Tibet e nel 1631 inviò il padre Francisco de Azevedo[12] come visitatore a Tsaparang, dopo l’invasione, da parte del Ladakh, del regno di Guge, invasione, se non istigata, forse favorita proprio dai lama ai quali il re si opponeva.

Informato sugli ultimi eventi da Manoel Marques, appena giunto ad Agra per provvedere ai rifornimenti necessari alla missione, e guidato dall’ormai esperto frequentatore di quei sentieri, de Azevedo partì da Agra il 28 giugno 1631e il 25 agosto successivo, raggiunse Tsaparang. La città era retta da un governatore nominato dal re del Ladakh, tornato a Leh portandosi, come prigioniero, il vecchio re di Guge, e il clima era di evidente ostilità verso la missione. Ciò spinse il visitatore ad una mossa ardita: andare direttamente a trattare con il re nella capitale del Ladakh. Il viaggio, fatto in compagnia di João de Oliveira, si svolse dal 4 al 25 ottobre 1631 e i due missionari, ottenuto il permesso per la prosecuzione della missione, lasciarono Leh, il 7 novembre 1631, per rientrare ad Agra, via Lahul e Kulu, il 3 gennaio 1632.

Andrade fu anche accusatore in un processo dell’inquisizione e morì avvelenato, il 19 marzo 1634, mentre preparava la sua terza spedizione in Tibet.

Per fornire un ritratto completo del gesuita portoghese non possiamo tacere del suo atteggiamento intollerante e decisamente poco cristiano nei confronti dei pellegrini indù diretti alle sorgenti del Gange, della comitiva dei quali peraltro utilizzava la compagnia e il supporto. Si legga il suo brano seguente, tratto dalla sua prima relazione:

Essi [i pellegrini indiani] salivano camminando l’un dopo l’altro (il sentiero non permetteva di andare in due) gridando continuamente grandi evviva al loro idolo con le parole Ye Badrynate ye ye […] Noi udivamo con grande dolore queste voci dell’inferno, e poiché non potevamo prenderci altra vendetta del maledetto idolo, gli scagliavamo con la medesima frequenza altrettante maledizioni [… Spesso] trovavamo delle pagode per lo più sontuosamente lavorate, illuminate con lampade e tutte di diversa forma, ma tutte abominevoli e ridicole. Addetti al loro servizio vi sono molti yoghi che dall’aspetto stesso mostrano di essere ministri del diavolo. [… Con uno di questi] avrei voluto fare ciò che due mesi prima il nostro re aveva fatto ad un altro yoghi [irriverente nei confronti del sovrano]. Il re diede ordine che gli fosse portato trascinato a terra pei capelli e, avutolo dinnanzi, gli disse che era il diavolo o una sua immagine viva […] Poi ordinò [vari castighi e frustate]. Altrettanto, io pensavo, si doveva fare allo yoghi cui accennai sopra.[13]

Questo atteggiamento tracotante e supponente, ha spinto Mario Piantelli a parlare di dramma per il primo incontro del cristianesimo col buddhismo; nel corso di una recensione al libro di Giuseppe Toscano, dedicato alle prime missioni esplorative in Tibet e nei contermini piccoli stati himalayani, così si esprime:

Ci si avventura con loro [i missionari], tra speranza e sgomento, nella regione di Gu ge, allora sede di un piccolo regno indipendente, nel Bhutan, nel Ladakh. Si partecipa alla loro meraviglia di fronte a genti e luoghi mai prima avvicinati da un europeo, rivivendo il dramma dell’incontro con il Buddhismo tibetano di questi uomini della Controriforma.

Perché si tratta davvero di un dramma: incomprensione e violenza segnano questa pagina dell’avventura iberica extraeuropea, come tante altre. Al centro delle preoccupazioni dei missionari sta lo sradicamento di una fede che non riescono a capire. Senza adeguate conoscenze linguistiche, affidandosi alle intuizioni ed ai servigi d’interpreti improvvisati, i coraggiosi e ingenui sacerdoti restano ciechi di fronte alle ricchezze spirituali che si dispiegano innanzi a loro.

Ecco un immenso edificio filosofico, simbolico, mistico, distillato in secoli e secoli di travaglio intellettuale e di ricerca interiore … e i primi europei a contemplarlo non sanno discernervi che riti barbarici, grossolane imitazioni del Cristianesimo. Non si legge senza tristezza il resoconto della disputa tra il de Andrade e le massime autorità religiose di Gu ge. Quei sottili metafisici, usi a dissertare sulla relatività e inconsistenza del tempo, dello spazio e della causalità devono essere stati sbalorditi di fronte allo straniero.

… Molto più abili si mostrarono i missionari nel cogliere le tensioni del quadro politico locale: la prontezza con cui il re di Gu ge reagisce al loro arrivo, scatenando una lotta contro il suo clero che finirà per vederlo detronizzato, è motivo di riflessione …[14]

Nel 1635, dopo la morte di de Andrade fu inviato da Goa, verso la missione costituita nell’ex regno di Guge, un gruppo di sette missionari, guidato dal padre spagnolo Nuño Coresma;[15] una spedizione sfortunata nella quale due padri morirono per strada, altri due (Balthasar Caldeira[16] e Pietro de Freytas[17]) e un laico (fratello Faustino Barreiros[18]) si ammalarono gravemente e furono costretti a fermarsi a Srinagar. Coresma arrivò nel luglio 1635, con il solo padre Ambrosio Correa,[19] a Tsaparang, dove trovò una situazione insostenibile e così rimandò ben presto indietro il suo compagno di viaggio, Correa, latore di un messaggio con il quale chiedeva di chiudere la missione. Non ebbe nemmeno il tempo di ricevere la risposta e, all’inizio dell’autunno di quello stesso 1635, fu costretto ad abbandonare la missione, incamminandosi sulla via del ritorno insieme a Manoel Marques, ultimo missionario rimasto nella missione fondata da de Andrade.

La decisione fu comunque di mantenere, in attesa di tempi migliori, una presenza a Srinagar nel Garhwal, dove, nell’autunno 1636, furono inviati i padri Pereira e dos Anjos; quest’ultimo morì in quello stesso anno e fu rimpiazzato dal padre italiano Stanislao Malpichi,[20] il quale nel gennaio 1637 era appena arrivato ad Agra. Rispondendo, seppur riluttante, alla richiesta del generale della Compagnia, Muzio Vitelleschi (Roma 2.12.1563 – Roma 9.2.1645), il nuovo provinciale di Goa, Manoel d’Almeida (1580-1646), succeduto all’appena deceduto Álvaro Tavares (1575-1637), mise in cantiere un ultimo tentativo per riaprire la missione del Tibet inviando, nel 1640, tre missionari a Srinagar, guidati dal solito Marques. I tre rimasero in sede e il superiore di quella missione, Stanislao Malpichi, nell’estate 1640, partì in ricognizione con il veterano Marques. I due missionari, appena entrati in Tibet, furono arrestati; riuscirono a fuggire, ma Marques venne ripreso e Malpichi rientrò da solo a Srinagar. Manoel Marques risultava ancora prigioniero nel 1641, poi se ne persero per sempre le tracce.

Finita qui la storia della missione avviata da de Andrade nel Tibet occidentale, è opportuno accennare che nello stesso periodo i gesuiti operavano altri tentativi verso il Tibet, con i padri portoghesi Estêvão Cacella (Aviz, Évora, Portogallo,1585 – Shigatse, Tibet, 6.3.1630) e João Cabral (Celorico da Beira, distretto di Guarda, Portogallo, 1599 – Goa 4.7.1669), primi europei in Bhutan (1627) e a Shigatse, in Tibet (1628-1629). Le gesta tibetane dei gesuiti sono completate con l’attraversamento del paese da nord a sud compiuto, nel viaggio da Pechino (13 aprile 1661) ad Agra (marzo 1662), dai due astronomi Johannes Grueber (Linz, Austria, 28.10.1623 – Sárospatak, Ungheria, 30.9.1680), austriaco, e Albert d’Orville (Bruxelles, Belgio, 12.8.1621 – Agra, India, 8.4.1662), belga. I due missionari furono i primi europei a Lhasa, dove rimasero due mesi, dall’8 settembre alla fine di novembre del 1661;[21] successivamente giunsero nella valle di Kathmandu (gennaio 1662), ben accolti dal re di Patan.

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Bibliografia

Le opere di riferimento sulla prima esplorazione del Tibet sono quelle classiche del geografo gesuita Cornelis Wessels:

- Cornelis Wessels, Early Jesuit Travellers in Central Asia. 1603-1721, Martinus Nijhoff, The Hague, 1924, pp. XVI + 344;

- Cornelis Wessels, The Jesuit Mission in Tibet, 1625-1721, Introduction to An Account of Tibet. The Travels of Ippolito Desideri of Pistoia, S.J., 1712-1727. Edited by Filippo De Filippi,  George Routledge & Sons, Ltd. (“Broadway Travellers”, edited by Sir E. Denison Ross and Eileen Power), London, 1932, pp. XVIII + 475: 3-32.

Importanti opere sono quelle curate dal saveriano Giuseppe Toscano, in italiano, e da Hugues Didier, in francese:

- Giuseppe Toscano, La prima missione cattolica nel Tibet, Istituto Missioni Estere, Parma (Imprimerie de Nazareth, M.E.P., Hong Kong), 1951, pp. XXI + 320 [seconda edizione, Alla scoperta del Tibet. Relazioni dei missionari del sec. XVII, Editrice Missionaria Italiana (Biblioteca Scientifica,4), Bologna, 1977, pp. 499 + 24 tavv. f.t.];

- Hugues Didier (ed.), Les Portugais au Tibet. Les premières relations jésuites (1624-1635) traduites et présentées par Hugues Didier, Ed. Chandeigne (Collection Magellane), Paris, 1996, pp. 384.

Si considerino anche le pur brevi trattazioni delle voci di enciclopedie:

- Johannes Rommerskirchen, voce ‘Tibet’ in Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano, 1948-1954 (12 voll.): Vol. XII, 1954, coll. 77-81, spec. III. Evangelizzazione, col. 80;

- Richard F. Sherburne, voce ‘Tibet’, in Charles E. O’Neill S.I., Joaquin M.a Domínguez S.I. (eds.), Diccionario Historíco de la Compañía de Jesús. Biografico-tematico, Institutum Historicum S.I. (Roma) – Universidad Pontificia Comillas (Madrid), 2001, 4 voll.: Vol. IV, pp. 3794-3795.

Per le opere di António de Andrade, oltre a quanto riportato nelle note 3 10 e 11, si rimanda alle grandi bibliografie:

- Carlos Sommervogel S.J., Bibliothèque de la Compagnie de Jésus, Nouvelle édition, Oscar Schepens (Bruxelles)-Alphonse Picard (Parsi), 1890-1900 (9 voll.), Vol. I, 1891, coll. 329-331;

- Henri Cordier, Bibliotheca Sinica. Dictionnaire bibliographique des ouvrages relatifs à l’Empire chinois, 2me édition revue, corrigée et considérablement augmentée, E. Guilmoto Editeur, Paris, 1904-1908 (4 voll. + il Vol. V, « Supplément et index », 1922), Vol. IV, 1907-1908 coll. 2898-2903;

- László Polgár, Bibliographie sur l’histoire de la Compagnie de Jésus. 1901-1980, Institutum Historicum S.I., Roma,1981-1990 (3 voll. in 6 tomi), Vol. II (Les Pays), 1983-1986 (2 tomi): II (Amérique, Asie, Afrique, Océanie), 1986, pp. 537: 496-497.

Su António de Andrade si vedano anche:

- Adrien Launay, Histoire de la Mission du Thibet, Société Saint Augustin/Desclée de Brouwer et C., Lille-Paris, 1903, 2 voll. (pp. VIII + 471 ; 440 [ristampa Missions étrangères de Paris/Les Indes Savantes, Paris, 2001] : Vol. I, pp. 23-30;

- Cornelius Wessels S.I., António de Andrade S.I., een ontdeckkingsreiziger in de Himalaya en in Tibet 81624-1630), “Studiën”, 77, 1912, pp. 408-440 [António de Andrade S.I., viajante no Himalaia e no Tibete (1624-1630). Traduzido do hollandez, (“Studiën”. Revista de Sciência das Religiões e de Literatura) , pp. 26];

- Cornelius Wessels S.I., Antonius de Andrade S. I. missionis in regno tibetano fundator, in Ad annum sæcolarem restitutæ Societatis Iesu, 1814-1914, pp. 159-188;

- Prudent de Letter S.J., Der Erste Missie in Tibet. P. Antonio de Andrade, S.J. (1580-1634), “Xaveriana”, n. 107 (9e Reeks, n. 11), pp. 32;

- Felix Alfred Plattner, Jesuiten zur See. Der Weg nach Asien. Ein Beitrag zur Geschichte der Entdeckungen [I gesuiti per mare. La via verso l’Asia. Un contributo alla storia delle scoperte], Atlantis, Zürich, 1946, pp. 367:189-199 [Jesuits Go East. A record of Missionary Activity in the East. 1541-1786, translated from the German by Lord Sudley and Oscar Blobel, Clonmore & Reynolds, Dublin 1950, pp. 283: pp. 150-159; Jesuitas en el mar. El camino al Asia. Contribucion a la historia de los descubrimentos. Versión castellana de Teresita Sonsoles de la edición alemana publicada en Zurich (1946), Editorial Poblet, Buenos Aires, 1952, pp. 326; Quand l’Europe cherchait l’Asie. Jésuites missionnaires (1541-1785). Traduit de l’allemand, Tournai – Paris, 1954, pp. 301; 2a edizione tedesca Pfeffer und Seelen, Die Entdeckung des See -und Landweges nach Asien, Einsiedeln, 1955, p. 271; traduzione olandese Met Kruis en Kompas. Op Weg naar Azië. Bijdrage tot de kennis der ontdekkingsreizen, Roermond en Maaseik, 1956; L’antica via della seta. Prefazione del P. Pasquale D’Elia S.J (traduzione italiana di Madre Giuseppa Zelano, dal tedesco Pfeffer und Seelen, 1955), Editrice Missionaria Italiana, Torino – Bologna – Milano – Parma, 1958, pp. (4) + 278: 140-148; traduzione polacca Gdy Europa szukala Azji. Przeklad: Antoni Starzeñski, ks. Mieczyslaw Bednarz S.I., Krakow, 1976];

- Edmonde Lamalle, voce ‘Andrade, Antonio de’ in Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano, 1948-1954 (12 voll.): Vol. I, 1949, col. 1182;

- Fernando Castelo-Branco, A fama de santitade do primeiro missiónario do Tibete, in Congresso Internacional de Historia dos descobrimentos. Acta, Vol. V, Parte II, Lisboa , 1961, pp. 21-33;

- John MacGregor, Tibet: A Chronicle of Exploration, Routledge & Kegan Paul, London, 1970 [Praeger Publishers, New York – Washington 1970; 2nd edition 1972], pp. X + 373: 33-47.

- Joseph Toscano, Contribution of Father D’Andrade (1580-1634) to the Knowledge of Bon, “The Tibet Journal” a VI, n. 2, Summer 1981, pp. 67-73;

- Neves Águas (ed.), Viagens na Ásia Central em Demanda do Cataio: Bento de Goes e António de Andrade. Introdução e notas de Neves Águas,  Mem Martins (Publicações Europa-América), Portugal, 1988, pp. 126;

- Hugues Didier, Antonio de Andrade à l’origine de la tibétophilie européenne, in Aufsätze zur portugiesischen Kulturgeschichte, 20 band, 1988-1992, Münster, 1993, pp. 45-71;

- Hugues Didier, Le découvreur du Tibet. Antonio de Andrade S.I., “Christus”, 159, 1993, pp. 371-381;

- Philip Caraman, Tibet. The Jesuit Century, Institute of Jesuit Sources, Saint Louis, Missouri, U.S.A., 1997, pp. V + 154;

- Memorias del Tíbet. Andrade – Bogle – Carson Rijnhart – Desideri – Grenard – Landon – Manning, Ediciones Abraxas (Colección Milenio), Barcelona, España, 2001, pp. 220: 15-38;

- Richard F. Sherburne, voce ‘Andrade, António de. Fundador de la misión del Tibet’, in Charles E. O’Neill S.I., Joaquin M.a Domínguez S.I. (eds.), Diccionario Historíco de la Compañía de Jesús. Biografico-tematico, Institutum Historicum S.I. (Roma)-Universidad Pontificia Comillas (Madrid), 2001, 4 voll.: Vol. I, pp. 160-161.

Si veda anche il sito http://carreiradaindia.net/seccao/reino-do-tibet-antonio-de-andrade/

[Scheda redatta da Enzo G. Bargiacchi]

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[1] Manoel Marques, nato nel 1596 ed entrato nella Compagnia di Gesù nel 1618. Fu il compagno di viaggio di António de Andrade in Tibet (Tsaparang, capitale del regno di Guge), prima traversata della catena himalayana da parte di europei, rimanendovi dall’agosto al settembre 1624, e ritornandovi varie volte. Fu in Tibet: dall’aprile alla fine del 1626, dopo avervi condotto i padri João de Oliveira, Francisco Godinho e Alano dos Anjos (Alain de la Beauchaire); dal settembre al novembre 1627, dopo aver condotto il padre António Pereira; in vari periodi successivi, guidandovi tra gli altri il padre Francisco de Azevedo, nel 1627, fino a condurvi il padre Nuño Coresma, alla guida della sfortunata spedizione giunta a Tsaparang nel luglio 1635, che nell’autunno dello stesso anno fu costretta ad abbandonare la missione. L’epilogo fu, per Marques, ancora più tragico. Nell’ultimo tentativo di restaurare la missione del Tibet, su pressione del Generale della Compagnia, accompagnò tre padri da Agra a Srinagar nel Garhwal, e da lì partì, nell’estate del 1640, con il padre Stanislao Malpichi, superiore di quella missione. Furono arrestati appena entrati in Tibet; riuscirono a fuggire, ma Marques fu ripreso e nel 1641 risulta ancora prigioniero a Tsaparang, dopo di che se ne perdono le tracce.

[2] Da non confondere con l’omonima capitale del Kashmir, questa Srinagar (550 m) si trova alle pendici dell’Himalaya, circa 110 km a NE di Rishikesh, sulle rive dell’ Alaknanda River.

[3] Novo descobrimento do Gram Cathayo ou Reinos de Tibet pello Padre Antonio de Andrade, da Companhia de Jesu, Portuguez, no anno del 1624, Matheus Pinheiro, Lisboa, 1626. Il manoscritto è conservato a Roma, nell’Archivio storico della Compagnia di Gesù (Archivum Romanum Societatis Iesu), ARSI, Goa 73, ff. 2-23, insieme alla traduzione castigliana stampata nello stesso 1626, Nuevo descubrimento del Gran Cathayo, ò Reynos de Tibet, por el Padre Antonio de Andrade, de la Compañia de Iesus, Portogues, en el año de 1624, Mateo Piñeiro, Lisboa, 1626, pp. 23 (ARSI, Goa 73, ff. 24-45). Fu tradotto anche in italiano (due edizioni nel 1627), francese (tre edizioni, 1627 e 1628),  olandese e polacco.

In italiano: Relatione del novo scoprimento del gran Cataio, overo regno di Tibet. Fatto dal P. Antonio di Andrade portoghese della Compagnia di Giesù l’anno 1624, Francesco Corbelletti, Roma, 1627, pp. 40 (prima edizione italiana, tradotta dal portoghese da Giovanni Gabrielli); altra edizione Napoli 1627, pp. 46.

In francese: Le grand Cathayo, ou Royaumes de Tibet, n’aguerres descouverts par le P. Antoine d’Andrade Poruguez de la Compagnie de Iesus. La tout tiré des Lettres du dict P. Andrade a son Supérieur en date du 8. de Novemb. 1624. Traduict fidelement de l’Espagnol en François, Gaultier Manilius, Gand, 1627, pp. 40 (le titre compris); Relation de la nouvelle descouverte du grand Catay, ou bien du Royaume du Tibet. Faite par le P. Antoine d’Andrade Portuguez, de  la Compagnie de Iesus, l’an 1624. Tirée d’une lettre du mesme P. escrite au R.P. Provincial de Goa de la mesme Compagnie. Et traduite de l’Italien en François, Sebastien Chappelet, Paris, 1627, pp. 55. Altra edizione francese in Voyages au Thibet, faits en 1625 et 1626, par le père d’Andrada et en 1774, 1784 et 1785, par Bogle, Turner et Pourunguir. Traduits par J.-P. Parraud et J.-B. Billecoq, Imprimerie de Hautbout l’aîné, Paris, 1796 (an. IV) [la relazione del primo viaggio è ripubblicata in Michel Jan, Le voyage en Asie centrale et au Tibet. Anthologie des voyageurs occidentaux du moyen âge à la première moitié du XXe siècle (Introduction, chronologie, bibliographie, index des noms de personnes et de lieux établis par Michel Jan; cartes établis par Fernand Bunel), édition Robert Laffont (Bouquins; Collection dirigée par Guy Schoeller), Paris, 1992, pp. XXXII + 1487 : 1099-1113].

Recenti edizioni in Toscano 1951 (pp. 47-76), Toscano 1977 (pp. 81-120), in italiano; e in Didier 1997 (pp. 29-63), in francese. Si veda anche la nota 10.

[4] Padre Gonzales de Souza, nato a Matosinhos (Portogallo) nel 1589, entrò nella C. d. G. nel 1605, fu inviato in India nel 1611 e impegnato nell’Impero moghul dal 1619.

[5] João de Oliveira, nato nel 1595 a Damão (insediamento portoghese, divenuto capitale dello Stato Portoghese dell’India, fino all’indipendenza di questa; oggi Daman, distretto del territorio federato di Diu e Daman) ed entrato diciassettenne nella C. d. G. Fu mandato nella missione dell’Impero moghul e subito a Tsaparang, dove rimase fino all’ottobre 1631, quando, insieme al padre Francisco de Azevedo, si spinse fino a Leh, in Ladakh. Rientrato ad Agra nel gennaio 1632, operò in quella missione, dove le liste dei missionari lo attestano fino al 1641.

[6] Francisco Godinho (Évora, Portogallo, 1596 – Goa 30.1.1662), entrato nel 1615 nella C. d. G., partì per l’India nel 1619. Le precarie condizioni di salute lo fecero rimanere in Tibet solo un anno, e, dopo due anni passati ad Agra, rientrò nella missione di Goa, impegnato sia in sede, sia a Diu, Damão e Bassein.

Godinho scrisse una relazione sul suo viaggio (lettera da Tsaparang in data 16.8.1626), pubblicata in francese in un libretto dal titolo Advis certain d’une plus ample descouverte du Royaume de Cataï, Avec quelques autres particularitez notables de la coste de Cocincina et de l’antiquité de la Foy chrestienne dans la Chine. Tirées des Lettres de P.P. de la C. de J. de l’Anné 1626, Sebastien Chappelet, Paris, 1628, pp. 28. Si veda anche, in inglese, Henri Hosten S.I., A letter of Father Francisco Godinho S.I. from Western Tibet (Tsaparang, August 16. 1626, “Journal and Proceedings of the Asiatic Society of Bengal”, 21, 1925, pp. 49-73.

[7] Alano dos Anjos è il nome portoghese adottato in India dal francese Alain de la Beauchaire (Pont-à-Mousson, Lorraine, Francia, 1592 – Srinagar, Garhwal, 1636); entrato nel 1607 nella C. d. G., partì per l’India nel 1622. Dopo una prima permanenza di circa due anni in Tibet, vi ritornò una seconda volta per rimanervi fino al 1635. Rientrato ad Agra, si portò di nuovo, nel 1636, a Srinagar, dove morì poco dopo. 

[8] António Pereira, nato nel 1596 a Lixa, nel distretto di Porto, Portogallo, entrò nel 1612 nella C. d. G. Partì per l’India nel 1624 e nel 1626 fu assegnato alla missione dell’Impero moghul.

[9] António da Fonseca, nato a Mourão, nel distretto di Évora, Portogallo, nel 1600, entrò ventenne nella C. d. G. Rimase in Tibet forse sino al 1635.

[10] Annua do Tibet do anno de 1626 (lettera al Generale della Compagnia in Roma, datata “Chaparangue” 14 agosto 1626; manoscritto in ARSI, Goa 73, ff. 2-23). Pubblicata in spagnolo (castigliano) nel 1628 da Diego Flamenco, Segovia (traduzione dall’originale  portoghese), e in traduzione italiana in Lettere annue del Tibet del MDCXXVI e della Cina del MDCXXIV scritte al M. R. P. Mutio Vitelleschi, Generale della Compagnia di Giesù, Francesco Corbelletti, Roma, 1628, pp. 130 (la Lettera dal Tibet dell’anno MDCXXVI, di de Andrade è alle pp. 3-58). In francese : Histoire de ce qui c’est passé au Royaume du Tibet. Tirée des Lettes escriptes en l’année 1626. Addressée au R.P. Mutio Vitelleschi General de la Compagnie de Iesus. Traduicte d’Italien en François par un Pere de la mesme Compagnie, Sebastien Cramoisy, Paris, 1629.

Le due relazioni sono raccolte sia nell’originale portoghese nei volumi:

- António de Andrade S.I, O descobrimento do Tibet … em 1624, narrado em duas cartas do mesmo religioso. Estudio histórico por Francisco Maria Esteves Pereira, Imprensa dan Universidade – Academia de sciêncías de Lisboa, Coimbra, Portugal, 1921, pp. 142 [Francisco Maria Esteves Pereira (1854-1924)];

- Viagens na Ásia Central em Demanda do Cataio: Bento de Goes e António de Andrade. Introdução e notas de Neves Águas,  Mem Martins (Publicações Europa-América), Portugal, 1988, pp. 126.

Traduzioni: in italiano, in Toscano 1951 ( pp. 47-76, Nuova scoperta del Gran Catai o dei regni del Tibet, fatta dal padre Antonio de Andrade, della Compagnia di Gesù, portoghese, nell’anno 1624; pp. 96-146, Annua del Tibet dell’anno 1626) [Toscano 1977, pp. 186-249];
in spagnolo, in Antonio de Andrade S.I, Nuevo descubrimento del Gran Catayo (Primera carta) – (Segunda carta), La Arcadia (Publicaciones de La Arcadia, 2-3), Madrid, 1947, pp. XII + 56 e pp. 50;
in francese, in Didier 1997 (pp, 29-63, Premier récit d’António de Andrade; pp. 65-119, Second récit d’António de Andrade).
Per i riferimenti a Toscano 1951 e 1977, e a Didier 1997, si veda la Bibliografia. 

[11] Relaçam da Missam do Tibet, manoscritto in portoghese, datato  “2 die Setembre 1627”, conservato in ARSI, Goa 73, ff. 62-65 (Annua do Tibet do anno de 1627, ARSI, Goa 73, ff. 52-61). Pubblicato in inglese in Henri Hosten S.I., A letter of Fr. A. de Andrade S.I. (Tibet, Aug. 29th. 1627), and of Fr. Gaspar Diaz S.I. (Annam, 1627), “Journal and Proceedings of the Asiatic Society of Bengal”, 21, 1925, pp. 75-93. In traduzione francese, Troisième récit d’António de Andrade), in Didier 1997 (v. Bibliografia), pp. 121-139.

[12] Francisco de Azevedo (Lisboa 1578 – Goa 12.8.1860) trascorse quasi tutta la sua vita in India, essendovisi recato già da bambino; nel 1597, a Goa, entrò nella C. d. G. Dopo Diu (1614) e Rachol (1620), fu visitatore di missioni in Africa sud-orientale, e, nel 1627 fu assegnato alla missione dell’Impero moghul.  Designato come visitatore del Tibet, dopo l’invasione del regno di Guge da parte del Ladakh (1630), Azevedo, guidato da Manoel Marques, partì da Agra il 28 giugno 1631, raggiunse Srinagar nel Garhwal, da dove il 31 luglio si incamminò verso Tsaparang, che raggiunse il 25 agosto 1631. Da qui, il 4 ottobre 1631, partì verso Leh, in compagnia di João de Oliveira, attraverso terre non ancora visitate da europei. Raggiunta il 25 ottobre 1631 la capitale del Ladakh, i due missionari vi rimasero fino al 7 novembre 1631, quando, assolto il loro compito, presero una diversa via del ritorno, attraverso Lahul e Kulu (arrivo a Nagar, capitale di Kulu, il 26 novembre 1631), che li condusse ad Agra il 3 gennaio 1632.

De Azevedo lasciò una importante relazione in portoghese sul suo viaggio, un manoscritto non autografo, ma da lui firmato, che porta il destinatario (Padre António Freire, procuratore delle missioni dell’India in Portogallo) come intestazione: Pera o Padre Antonio Freire, Procurador das Provincias da India da Comp. de Jesus em Portugal. Conservata in ARSI (Goa 73, ff. 71-92, recto e verso), con il titolo Viaggio e missione nel Thibet del P. Francesco de Azevedo, è divisa in due parti:da Goa ad Agra (pp. 1-18) e da Agra a Leh e ritorno (pp. 19-44). Questo importante documento è stato ignorato per secoli, fino alla sua scoperta e pubblicazione da parte di Cornelis Wessels nel suo fondamentale libro sui primi visitatori del Tibet: C. Wessels, Early Jesuit Travellers in Central Asia. 1603-1721, Martinus Nijhoff, The Hague, 1924, pp. XVI + 344. De Azevedo è trattato alle pp. 94-119, e la seconda parte della sua relazione è riportata nell’originale portoghese alle pp. 281-313 (Appendix  I), con il titolo Azevedo’s Account of his Journey to Tibet. Second part (De Agra pera o Tibet). La relazione di de Azevedo fu poi pubblicata in traduzione italiana (non integrale) in Toscano 1951, pp. 223-255, e in Toscano 1977, pp. 356-399; e in traduzione francese, D’Agra au Tibet, in Didier 1996, pp. 141-209, Récit de Francisco de Azevedo (1631)

De Azevedo è il primo visitatore europeo accertato, anche se sembra che un mercante portoghese, Diogo d’Almeida, vi avesse soggiornato per due anni agli inizi del diciassettesimo secolo. Ignorando il viaggio dei missionari portoghesi e trascurando il passaggio, nel 1715, del gesuita italiano Ippolito Desideri (1684-1733), in compagnia del confratello portoghese Manoel Freyre (1679- ?), il grande esploratore inglese William Moorcroft (1767-1825), che fu in Ladakh fra il 1820 e il 1822, si ritenne il primo visitatore europeo di Leh.

[13] Toscano 1951, pp. 51-52; Toscano 1977, pp. 86-87; Didier 1996, pp. 34-35.

[14] Mario Piantelli, Pionieri nel Tibet. Gli uomini della Controriforma di fronte al Buddhismo (recensione di Giuseppe Toscano, Alla scoperta del Tibet , EMI, Bologna, 1977), “Tuttolibri” (inserto de “La Stampa”), a. IV, n. 3, sabato 28.1.1978, p. 16.

[15] Nuño Coresma, nato nel 1600 (probabilmente nel villaggio San Roman, del distretto spagnolo di Tordesillas) entrò sedicenne nella C. d. G. e andò in India nel 1625. Dopo la missione a Tsaparang, nel Tibet occidentale (luglio-ottobre 1635), diresse un collegio nell’isola Salsette. Morì nell’ottobre 1650 presso le coste di Mozambico (probabilmente mentre rientrava a Goa dopo una permanenza in Europa.

[16] Balthasar Caldeira (Macao 1609 – Goa 3.5.1678) entrò nella C. d. G. a Goa nel 1627 e rimase tre anni nella missione dell’Impero moghul; poi operò nel Tonchino, in Cina, Giappone e altri paesi, prima di tornare in India, dove ebbe molti incarichi.

[17] Pietro de Freytas (Mondim, Portogallo, 1608 – Goa 3.5.1840) entrò nella C. d. G. a Goa nel 1630 e, sempre a Goa fu professore di teologia. 

[18] Barreiros (Lisboa 1605 – Bassein 8.3.1866) divenne fratello laico della C. d. G. a Lisbona quando era ventenne; risulta a Goa nel 1633 e, al ritorno da Srinagar del Garhwal, passò a Bassein, dove fu impegnato per la maggior parte della sua vita.

[19] Ambrosio Correa (Aveiro, Portogallo, 1606 – Angola 24.5.1652) entrò nella C. d. G. a Lisbona nel 1622. In India dal 1630, dopo la missione a Tsaparang, dove rimase dal luglio al settembre 1635, fu impegnato a Goa fino al 1650.

[20] Stanislao Malpichi (Catanzaro, allora Regno di Napoli, 1600 – ?) rimase dal 1637 a 1644 nel Garhwal e fu molto amico del rajah locale.  Successivamente si alternò fra Goa e Agra, dove fu anche tutore di Dara Shikoh (20.3.1615 – 30.8.1659), figlio maggiore di Shah Jahan (5.1.1592 – 22.1.1966), imperatore moghul dal 1628 al 1658, e di sua moglie Mumtaz Mahal (1593 -17.6.1631), per la quale fu edificato, ad Agra, il Taj Mahal. Nel 1662 assunse la massima carica della provincia missionaria di Goa.

[21] Grueber, rientrato a Roma fornì elementi al padre Athanasius Kircher per il suo famoso libro sulla Cina dove appare il primo disegno del Potala di Lhasa.

[Scheda redatta nel febbraio 2009 da Enzo G. Bargiacchi]

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De Andrade Biography in English language, by Josepf . Abdo

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