Manoel Freyre

Manoel Freyre, nato ad Ancião (Portogallo) nel 1679, entrò nella Compagnia di Gesù a Goa il 7 ottobre 1694 e dal 1710 risulta impegnato nella missione di Agra. Quando Ippolito Desideri giunse a Delhi, l’11 maggio 1714, il gesuita portoghese, che aveva la cura dei circa trecento cristiani che si trovavano nella capitale dell’Impero moghul, fu incaricato dal Visitatore gesuita in quell’impero, José da Sylva, di accompagnare, come superiore, il giovane italiano nel viaggio verso il Tibet.

Si trattava di una impresa non solo estremamente difficile, ma anche delicata. I Gesuiti erano andati per primi in Tibet nel secolo precedente ed effettuato vari tentativi per stabilirvisi. António de Andrade (1580-1634), dal Garhwal indiano, attraverso il passo Mana, aveva raggiunto, nel 1624, Tsaparang, capitale del regno di Guge, nel Tibet occidentale, compiendo la prima traversata della catena himalayana da parte di un europeo (il suo resoconto fu all’epoca ben noto) e fondando una missione che sopravvisse pochi anni; i successori si spinsero fino a Leh, in Ladakh, e Francisco de Azevedo (1578-1660) ne lasciò una testimonianza rimasta inedita fino al 1924. Le imprese dei gesuiti portoghesi comprendono anche la prima visita in Bhutan (1627) e a Shigatse in Tibet (1628) con Estêvão Cacella (1585-1630) e João Cabral (1599-1669); sempre gesuiti l’austriaco Johannes Grueber (1623-1680) e il belga Albert d’Orville (1621-1662), primi europei a Lhasa (ottobre-novembre 1661) nel loro viaggio da Pechino ad Agra (aprile 1661 – marzo 1662). Nonostante questi precedenti la vaticana Congregazione de Propaganda Fide aveva deciso, nel 1703, di stabilire una missione nel Tibet, affidandola ai Cappuccini della provincia picena. I Cappuccini erano giunti a Lhasa nel 1709, ma nel 1711 avevano abbandonato la missione e così i Gesuiti tentavano di recuperare un territorio che poteva essere strategico per assicurare i contatti via terra, attraverso India e Tibet, con la loro missione cinese.

Lasciate le consegne al correligionario Manoel Durão, che lo avrebbe sostituito nel suo incarico, Freyre parte, da Delhi, insieme a Desideri, il 24 settembre 1714 per un grande viaggio che, già dopo Lahore (9-19 ottobre 1714), mostra le sue difficoltà. Infatti si presentano subito le asperità montane con i primi contrafforti dell’Himalaya, la catena Pir Panjal, superata la quale (passo a 3475 m) i due raggiungono Srinagar in Kashmir, dove possono un po’ riaversi con una lunga sosta (13/11/1714-17/05/1715), necessaria per attendere lo scioglimento delle nevi che impediscono la percorribilità dei sentieri montani che si prospettano sulla via per il Ladakh. Dopo quaranta giorni terribili per le aspre giogaie solcate dalle acque dell’Indo e dei suoi affluenti, dove il Karakorum si salda all’Himalaya, i missionari, attraverso innumerevoli alti passi (fra i quali lo Zoji-la, 3529 m), giungono a Leh, capitale del Ladakh, allora regno indipendente, e vi rimangono per quasi due mesi (25 giugno-17 agosto 1715). Ripreso il viaggio, i due gesuiti, arrivano il 7 settembre 1715 a Tashigong, prima località del grande Tibet, vi rimangono fino al 9 ottobre e si trovano davanti l’immensa e desolata estensione dell’altopiano serrato dalle catene montuose dell’Himalaya a sud e del Kun Lun a nord. Si presenta allora una provvidenziale opportunità tramite l’accoglienza nella grande carovana di una principessa tartara che rientra a Lhasa con una guarnigione militare rimasta per due anni alle sue dipendenze dopo la morte del marito. Così Freyre e il suo compagno, non solo sono i primi europei ad avere compiuto il percorso Srinagar Leh, ma anche i protagonisti della prima traversata dell’altopiano transhimalayano, impresa ripetuta solo quasi duecento anni dopo da una spedizione militare inglese. L’11 ottobre 1715 sono a Gartok e dopo cinque giorni inizia la penosissima gelida traversata invernale. Il 9 novembre superano il Jerko-la (4941 m) e si affacciano sulla regione del monte Kailas e del lago Manasarovar, primi testimoni europei della devozione dedicata dalla popolazione locale al sacro monte e al sacro lago; quindi attraversano il Maryum-la (5151 m), spartiacque fra i bacini dell’Indo e dello Tsangpo, che in India sarà chiamato Brahmaputra. Lunghi e difficili mesi in lande deserte prima di raggiungere gli insediamenti abitati: Saka Dzong (dove rimasero dal 4 al 28 gennaio 1716), Sakya (sosta 15-29 febbraio 1716), Shigatse e finalmente Lhasa, il 18 marzo 1716.

A Lhasa Freyre, ritenne compiuto il suo dovere, avendo accompagnato e incaricato della missione Desideri, e, dopo nemmeno un mese di riposo, lasciò quei territori che lui descrive come «poco adatti agli europei per il freddo estremo e per la povertà del cibo». Partì da Lhasa il 16 aprile 1716 e, dopo un viaggio di 42 giorni, arrivò a Kathmandu, in Nepal, dove rimase cinque mesi ospite dei Cappuccini, i quali, guidati da Domenico da Fano, stavano preparando una nuova spedizione per il Tibet. La lunga permanenza con i Cappuccini e la dettagliata esposizione delle mosse degli stessi, nella solitamente scarna informativa del gesuita portoghese, rappresentano la definitiva conferma che il compito della sua impresa missionaria era soprattutto quello di raccogliere informazioni. Da Kathmandu passò poi a Patna, dove sostò malato per tre mesi e finalmente giunse ad Agra, dove il 26 aprile 1717 firmò la sua relazione scritta in latino. Intorno al 1719 lasciò la Compagnia di Gesù, dopo di che l’unica traccia rimasta è una domanda di riammissione, priva di esito, scritta da Goa nel 1724.

La relazione di Freyre, Tibetorum ac eorum relatio viarum, è pubblicata integralmente nel suo testo latino da Luciano Petech nell’opera in sette parti I missionari italiani nel Tibet e nel Nepal (Volume II della collana ‘Il Nuovo Ramusio’, Poligrafico dello Stato, Roma, 1952-1956), Parte VII, 1956, pp. 194-207. Parziale la traduzione inglese pubblicata da Filippo De Filippi nel 1932: An Account of Tibet. The Travels of Ippolito Desideri of Pistoia, S.J., 1712-1727. Edited by Filippo De Filippi. With an Introduction by C. Wessels, George Routledge & Sons, London 1932 (2nd ed. 1937), pp. 349-361. Ottima la traduzione inglese contenuta in: Michael Sweet, Desperately Seeking Capuchins: Manoel Freyre’s “Report on the Tibets and their Routes” (“Tibetorum ac eorum Relatio Viarum”) and the Desideri Mission to Tibet, “JIATS“, n. 2, August 2006, THDL #T2722, pp. 33. L’introduzione dell’autore chiarisce con estrema precisione e lucidità le ragioni alla base del comportamento di Freyre e le incomprensioni con Desideri derivate dalle diverse istruzioni ricevute dai due gesuiti sulla missione.

[Scheda redatta nel febbraio 2009 da Enzo Gualtiero Bargiacchi]

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